C’era una volta la surroga, misura utile nel mondo dei mutui italiani, grazie alla quale il cliente poteva decidere di trasferire il finanziamento dalla sua banca originaria verso un altro istituto di credito in grado di offrirgli condizioni più vantaggiose.

Ma come in tutte (troppe) cose, c’è chi vuole fare il furbo: perchè surrogare una volta soltanto, quando invece si potrebbe farlo in una seconda occasione, così  da ottenere condizioni ancor più vantaggiose? Una pratica, questa della doppia surroga, andata avanti per diverso tempo e che ora però sembra aver “stufato” le banche del Belpaese.

Stop allo “zapping” dei mutui, in sostanza, con gli istituti di credito che hanno dato vita in questi ultimi mesi ad una sorta di cartello. Precisamente si tratta di un accordo grazie al quale vengono negate le surroghe ai titolari di quei mutui “rottamati”, già trasferiti in una prima occasione da un istituto all’altro.

Questo pone un freno al cambio continuo, ma garantisce anche un risparmio alle stesse banche, alle quali una surroga viene a costare 1500/2mila euro per volta, tra costi amministrativi e costi relativi alle spese di copertura finanziaria. Una spesa, questa, che non viene ammortizzata se il cliente dopo pochi mesi passa preso un altro istituto.

“Le banche godono di piena discrezionalità nella definizione dei propri criteri di credito e in molte hanno deciso di tutelarsi definendo criteri di credito che permettono di evitare mutuatari che potrebbero essere in futuro “incostanti e volatili” cambiando per una seconda volta il proprio mutuo – spiegano gli esperti – Per questo motivo gli istituti stanno adottando un approccio di “limitata concorrenza” a beneficio dell’industria bancaria, riuscendo in questo modo a tenere sotto controllo il rischio di doppia surroga”.

Il comportamento delle banche italiane è confermato dai numeri: il 24% su 181 istituti di credito, secondo un’indagine di Altroconsumo, pone dei limiti al trasferimento del finanziamento. Un rischio per il meccanismo delle surroge? Forse, anche se una regolamentazione - seppur ancora non scritta e solo comportamentale - appare più che doverosa, per mettersi al riparo dai “soliti furbi”.

di Matteo Aldamonte


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