Il credit crunch, la stretta finanziaria che continua a caratterizzare il mercato italiano dei mutui, è dovuta in larga parte alla situazione del mercato immobiliare della penisola.

Lo dice l’Ance (Associazione Nazionale Costruttori Edili), la quale ha pubblicato proprio oggi uno studio di mercato che individua le cause della stretta creditizia per effetto della quale è sempre più difficile ottenere un mutuo, con gli istituti di credito che richiedono garanzie sempre più elevate e difficili da coprire per gran parte dei cittadini e delle imprese.

“La difficile situazione economica generale, la crescita dei tassi di interesse e, soprattutto, l’ulteriore stretta creditizia effettuata dalle banche influenzano la caduta del mercato immobiliare, che nei primi mesi del 2012 è calato del 19,6% rispetto allo scorso anno”, si legge nell’analisi pubblicata dall’Ance.

“I mutui erogati alle famiglie sono diminuiti del 21,5% e solo nel 2011 dell’11,8%”, proseguono dall’Associazione Nazionale Costruttori Edili. E ancora: “L’elemento più critico è rappresentato dal fatto che, sebbene i prezzi medi delle case siano calati di poco, la percentuale di finanziamento concesso dalle banche per l’acquisto della casa è invece crollata, passando da circa l’80% del prezzo dell’abitazione a circa il 50%”.

“La conseguenza è che sempre meno famiglie sono in grado di sostenere l’onere iniziale”, conclude il rapporto Ance.

A queste annotazioni dovrebbe far seguito, tuttavia, un intervento serio e concreto in ambito di mercato immobiliare. E’ anche abbassando il prezzo delle abitazioni, infatti, che gli italiani potranno tornare a richiedere mutui alle banche, le quali tornerebbero ad aprire i rubinetti del credito in maniera sempre controllata, ma decisamente meno rigida rispetto a quanto avviene attualmente.


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  1. Sàntolo Cannavale on martedì 26, 2012

    La causa principale del blocco dei mutui sta a monte ed è rappresentata dai 1.945 miliardi di debito pubblico italiano. Lo Stato assorbe con voracità tutte le risorse disponibili per le sue crescenti esigenze di bilancio. Il più grande spreco di risorse nel nostro Paese? Gli interessi pagati sul debito pubblico che finiscono per buona metà all’estero. Ogni anno distribuiamo agli investitori situati fuori dal nostro Paese più di 45 miliardi di euro (circa 50% del totale sborsato dal Tesoro).
    Il Governo a guida Monti ha sprecato un’occasione irripetibile. Poteva decidere un’imposta sui patrimoni medio/grandi nei primi giorni di impegno governativo, prima dell’accerchiamento dei partiti. Con un’aliquota del 5% sugli 8.000 miliardi di euro di beni posseduti dagli italiani, si “portavano a casa” circa 400 miliardi di euro, dando una spallata significativa al debito pubblico e diradando le aste di BOT e BTP.
    I mercati avrebbero applaudito, la borsa con le sue quotazioni da saldo avrebbe risposto con aumenti del 40/50 per cento, i BTP a lunga scadenza avrebbero guadagnato il 25/30 per cento del proprio valore, i tassi d’interesse sulle nuove emissioni di titoli pubblici sarebbero scesi a livelli minimi: da qui il più grande risparmio di costi. Il resto sarebbe venuto da se. Il mercato immobiliare con il ribasso dei tassi d’interesse avrebbe tratto grosso giovamento e stimolo per la ripresa delle transazioni.
    L’intervento (imposta patrimoniale) andava spiegato con pacatezza ai destinatari interessati, sottolineando il carattere non punitivo del provvedimento, anzi riconoscendo ai possessori di grandi patrimoni il merito storico di poter salvare il Paese.
    Agli stessi si prospettava la concreta possibilità di recuperare l’esborso con lauto guadagno sul patrimonio disponibile a seguito dei rialzi dei mercati e del buon andamento dell’economia non penalizzata dai prevedibili ridimensionamenti di consumi e posti di lavoro.
    Il Governo, nonostante ripetuti solleciti in tal senso da fonti diverse, non ha voluto infastidire i portatori di grandi patrimoni e non ha inteso disturbare la Svizzera per sistemare fiscalmente i grossi capitali italiani ivi parcheggiati, alla stregua di quanto fatto recentemente con intelligenza e profitto dall’Austria.
    Ho rivolto la seguente domanda al prof. Monti il 16 giugno 2012, tramite la Repubblica, in occasione dell’evento organizzato a Bologna dallo stesso quotidiano:
    “Perchè, appena dopo l’insediamento a Novembre 2011 come “commissario straordinario”, non ha ascoltato il consiglio a più voci di applicare in Italia un’imposta patrimoniale (ipotesi 5 per cento), unico modo per dare una spallata al debito pubblico e metterci al riparo dalla speculazione internazionale, aggravata dalla “pigrizia” UE e dall’egoismo e stupidità di alcuni capi di governo europei?
    Perchè ha perso tempo prezioso, impelagandosi, tra l’altro, nel contrasto a farmacisti, tassisti e notai, nella imposizione del conto corrente ai poveri pensionati, nell’attacco all’articolo 18″ e nella definizione di una IMU aggrovigliata ed incongruente?
    Perchè non si è messo da subito al lavoro (nei primi 30 giorni del “commissariamento”) per fare un accordo con la Svizzera sui capitali italiani ivi parcheggiati, sul modello di quanto fatto con intelligenza, tempismo e consistenza dall’Austria con il suo ottimo ministro delle finanze Maria Fekter, da Lei di recente criticata in maniera inopportuna e fuorviante?”
    Ad oggi non ho avuto risposta ai miei quesiti. Evidentemente non sono ritenuti degni di attenzione.
    Sàntolo Cannavale